Misteri e Leggende: Il Mistero del Passo di Dyatlov

Nel Gennaio 1959, Alekseyevich Dyatlov, un escursionista di 23 anni, organizzò una spedizione per raggiungere la vetta dell’Otorten, una montagna degli Urali Settentrionali nella Russia Sovietica.

Il gruppo di Dyatlov era composto da otto escursionisti esperti, molti provenienti dall’Istituto Politecnico degli Urali. Prima della partenza, Dyatlov comunicò al suo club sportivo che avrebbe inviato un telegramma non appena fossero tornati dall’escursione. Inutile dire che nessun telegramma venne mai inviato e che nessuno di quella spedizione tornò vivo.

Quando vennero ritrovati i corpi degli escursionisti, nelle settimane successive, le loro condizioni lasciarono i soccorritori senza parole: Ad alcuni corpi mancavano gli occhi, ad un altro la lingua e quasi tutti mostravano lesioni così violente, da essere paragonate all’impatto di un’auto in corsa. Il governo sovietico archiviò rapidamente il caso, indicando come causa del decesso l’ipotermia sopraggiunta a seguito dell’impatto con una valanga.

Questa spiegazione, naturalmente, non convinse nessuno e, soprattutto, non chiarì tutti quegli interrogativi che scaturirono dal ritrovamento dei corpi. Per ben 60 anni, investigatori, ricercatori e curiosi si sono interrogati sul mistero e, nonostante il governo russo abbia riaperto il caso nel 2019, ancora oggi non si sa chiaramente cosa sia successo a quella spedizione.

Sulla base del materiale recuperato dalle macchine fotografiche e dai diari degli escursionisti, gli investigatori sono stati in grado di ricostruire che il primo Febbraio la squadra iniziò a farsi strada attraverso il passo – allora senza nome – che portava a Otorten. Mentre si facevano strada in direzione della base della montagna, combattendo contro il clima ostile, furono colpiti da improvvise tempeste di neve che portarono ad una forte diminuzione della visibilità. Persi i punti di riferimento, Dyatlov condusse erroneamente il gruppo troppo ad ovest, ritrovandosi sotto le pendici della montagna sbagliata.

Questa montagna era conosciuta come Kholat Syakhl, che nella lingua degli indigeni Mansi, significa “Montagna Morta” o “Montagna della Morte”. Impossibilitati a tornare indietro, il gruppo decise di preparare l’accampamento in quel punto, per poi riprendere la strada corretta il giorno successivo. Purtroppo tutti e nove i ragazzi trovarono la morte in questo versante solitario.

Il 20 Febbraio, su sollecitazione delle famiglie che non avevano notizie degli escursionisti, venne organizzata una squadra di ricerca. Le forze di soccorso, tutte volontarie, batterono la strada percorsa da Dyatlov arrivando fino ai resti dell’accampamento. Degli escursionisti, però, nessuna traccia. Venne pertanto allertata prima la polizia e poi l’esercito, per determinare cosa fosse accaduto alla squadra ormai ufficialmente scomparsa.

Quando gli investigatori arrivarono sulla montagna, fu subito chiaro che le speranze di ritrovare gli escursionisti vivi erano minime. Sebbene il gruppo fosse composto da scalatori esperti, il percorso era troppo pericoloso. Dopo tutti quei giorni, si attendeva solo il recupero delle salme per poi chiudere rapidamente il caso come incidente.

Le aspettative degli investigatori vennero purtroppo disattese: Il 26 Febbraio furono ritrovati effettivamente i corpi dei dispersi, ma le loro condizioni straziate sollevarono così tanti dubbi che il caso, ancora oggi, resta irrisolto e motivo di dibattito.

Quando la polizia arrivò al campo allestito da Dyatlov, la prima cosa che balzò agli occhi era che la tenda, ormai distrutta, appariva strappata dall’interno, come se qualcuno avesse tentato di fuggire via all’improvviso. Gli effetti personali dei membri della squadra erano tutti li, coperti dalla neve. Persino le scarpe non erano state portate via. Dalle tende partivano diverse impronte, che portavano ai boschi vicini. Erano tutte di persone scalze.

Ai margini della foresta, sotto un grande albero di cedro, gli investigatori ritrovarono i resti di un fuoco da campo e i primi due corpi degli escursionisti: Yuri Krivonischenko di 23 anni e Yuri Doroshenko di 21. Nonostante le temperature medie fossero tra i -13 e i -22 gradi sotto zero, i corpi dei ragazzi erano nudi, con addosso solo biancheria intima. Niente scarpe. Poco distante dall’albero, a metà strada verso il campo, furono ritrovati Dyatlov, Zinaida Kolmogorova di 22 anni e Rustem Slobodin di 23. Tutti risultavano morti di ipotermia.

Ma la soluzione non si rivelò così semplice. Il corpo di Doroshenko era di un colore innaturale, tra il marrone e il viola e intorno alla bocca aveva un liquido grigiastro e schiumoso. Le mani dei due giovani sotto il cedro erano scarnificate, come se avessero tentato, in preda al terrore, di arrampicarsi sull’albero, senza riuscirci. I rami più bassi erano tutti divelti.

Slobodin aveva ferite multiple alla testa, come se avesse battuto ripetutamente contro qualcosa. La Komolgorova presentava invece lividi su tutto il corpo. Si scoprì inoltre in seguito che i giovani avevano l’uno i vestiti dell’altra, come se, nella fretta di fuggire dalla tenda, si fossero vestiti con quello che capitava.

Due mesi dopo l’inizio delle ricerche vennero ritrovati anche gli altri corpi, e il mistero si tinse di tinte ancora più spaventose: I quattro escursionisti rimasti, vennero ritrovati sepolti sotto la neve in un burrone profondo 75 metri. Da allora questo luogo viene identificato come “La Tana del passo di Dyatlov”.

Nikolai Thibeaux Brignolles di 23 anni, aveva gravissimi danni alla testa, probabilmente subiti poco prima della morte. Lyudmila Dubinina, 20 anni e Semyon Zolotaryov, 38 anni, presentavano fratture da schiacchiamento al torace così gravi, da essere equiparate per violenza a quelle di un incidente automobilistico. Dubinina non aveva la lingua, gli occhi, parte delle labbra e del volto. Il suo cranio, inoltre, mancava di alcune ossa. Alexander Kolevatov, 24 anni, fu ritrovato poco distante, ma senza nessuna delle ferite riscontrate sugli altri.

I piedi di Dubinina erano avvolti in stracci ricavati dai pantaloni di Krivonischenko. Zolotaryov indossava invece il cappotto di pelliccia e il cappello di Dubinina. Questo ha fatto supporre agli investigatori che i giovani fossero deceduti in momenti diversi e che i vivi, per sopravvivere, avessero preso gli abiti da quelli morti prima di loro.

Ma nonostante tutti questi agghiaccianti dettagli, l’elemento più misterioso era un altro: i corpi di Kolevatov e Dubinina risultavano radioattivi.

In un primo momento l’opinione pubblica ipotizzò che la spedizione fosse stata vittima di un attacco da parte delle tribù locali dei Mansi. Questo avrebbe giustificato la fuga improvvisa e disorganizzata dall’accampamento e le violenze sui corpi. Tuttavia questa versione dei fatti poteva essere facilmente smentita. Prima di tutto, le popolazioni del luogo erano per lo più pacifiche. In secondo luogo le uniche impronte rinvenute sul luogo del decesso erano degli escursionisti. Terzo, e più importante punto, i segni lasciati sui cadaveri lasciavano intendere una forza contundente di molto superiore a quella di un uomo comune.

Un’altra interpretazione dei fatti era che la spedizione fosse stata vittima di una valanga. Questo avrebbe giustificato le lesioni così evidenti sui corpi. Ma purtroppo, anche in questo caso, la valanga risultava una giustificazione troppo semplicistica degli eventi. Giustificava alcune cose, ma ne lasciava fuori moltissime altre. Altre teorie, indicavano nell’ipotermia le cause scatenanti del panico e dei comportamenti irrazionali dei giovani escursionisti. Una sorta di pazzia determinata dallo stato di sofferenza fisica.

Non mancano naturalmente le spiegazioni sovrannaturali o misteriose degli eventi accaduti.

I danni al viso di Dubinina potevano essere stati causati da un predatore di grosse dimensioni o da un aggressore non completamente umano, come un Menk, una sorta di Yeti. Questo avrebbe giustificato la violenza dei colpi e le mutilazioni su alcuni corpi.

Le radiazioni rilevate sui corpi aprirono invece piste legate alla sperimentazione di armi segrete sovietiche. Secondo qualcuno, i giovani si sarebbero ritrovati, a loro insaputa, in una zona sottoposta a test nucleari. Durante la notte avrebbero udito forti rumori di esplosioni, che li avrebbero spinti, nel panico, a fuggire dalla tenda e nascondersi nelle vicinanze. Successivamente sarebbero morti per ipotermia: Alcuni nascosti sotto l’albero, altri nel tentativo di ritornare alla tenda. Questa ipotesi era supportata anche dai racconti di altri escursionisti che si trovavano, la stessa sera, a 50 km di distanza dal gruppo di Dyatlov. I testimoni parlarono di strane sfere arancioni che fluttuavano nel cielo proprio intorno a Kholat Syakhl. Ad avvalorare la tesi, diverse fotografie rinvenute nella macchina fotografica abbandonata da Dyatlov che mostravano proprio delle sfere sfocate su uno sfondo nero.

Alla fine, la morte degli escursionisti venne ufficialmente attribuita ad “una forza naturale di incredibili proporzioni” e il caso venne chiuso. Nel 2019 il Governo Russo ha riaperto il caso e disposto una nuova indagine. Purtroppo la verità è ancora sepolta sotto la neve.

A seguito di questa tragedia, il passo della montagna dove si verificarono i terribili eventi prese il nome di Passo Dyatlov, in onore della spedizione perduta. Un monumento ai giovani è stato eretto inoltre nel cimitero di Mikhajlov a Ekaterinburg, così che i parenti potessero piangerne la scomparsa.